Di quando da piccole ascoltavamo strategia sdraiate sul pavimento di camera mia, perché adesso posso dirlo a diciotto anni eravamo piccole davvero anche se non ci sembrava così. Di quando ti ho rivisto l’altro giorno, dopo tre anni e mi tremavano le gambe, il cuore, la voce, le mani. Avrei voluto abbracciarti, all’inizio, dopo, salutandoti. Avrei voluto che le cose fossero andate diversamente, è questo. Ho pensato questo quando poi sono tornata casa, poi, molto poi perché ho fatto di tutto per non tornarci come in quella canzone degli smiths. Ho pensato che avrei voluto che fossimo state talmente importanti l’una per l’altra da impedire tutto questo, tutti questi tre anni, tutto questo silenzio, tutte queste domande. L’unica risposta che mi sono data è che le cose non erano come le percepivo io, erano diverse, tanto e forse lo sapevo, ma gli anni, questi, hanno confuso tutto e non lo so più veronica, avrei voluto chiedertelo ma tu non c’eri più. Ti guardavo, gli occhi, i capelli nascosti, la tua pelle struccata, le tue mani, i polsi, li guardavo e ti cercavo, cercavo la me di tre anni fa e probabilmente non la volevo trovare. Cercavo strategie, cercavo le parole, le nostre, le tue, quando eri avvolta nel buio delle mie stanze, le risate, cercavo quelle e non le ho trovate veronica, ma ho trovato tanta tristezza, quella. Sono tornata a casa, poi e ti ho cercato ancora, tra i diari, tra le parole, ancora, tra i ricordi e mi sono messa a piangere e non so più da quant’è che non lo facevo, per te non l’ho mai fatto. Sono sempre stata confusa sul nostro rapporto, su quello che ci ha riguardato, ma l’altra notte mi è sembrato tutto così limpido e chiaro così disarmante da non riuscire a chiederti qualcosa, qualche perché, qualche com’è. Ti guardavo e non c’eri come non ci sei stata negli anni e io a questa cosa non avevo mai pensato. Paradossale. Era questo che cercavo di spiegarti, di capire. Ho sempre reputato il nostro rapporto come qualcosa di estremo, di intimo, di speciale, ma forse ad esserlo eri solo tu, noi non lo eravamo, ho pensato, perché se noi lo fossimo state, in quel modo, tutto questo non sarebbe successo. Non ci saremmo ritrovate dopo tre anni sotto a un gazebo in un maggio diluviante a raccontarci pezzi di vita sparsi negli anni. Avrei voluto viverli quegli anni con te. Avrei voluto esserci. Avrei voluto averti. Vorrei esser stata importante per te, da non permettere tutto questo, da non far passare tutto questo tempo. L’ho fatto passare anch’io, certo e non so perché, o forse lo so, forse mi avevi deluso tante volte veronica e credo di averlo fatto anch’io con te, ma soprattutto con me stessa, per aver permesso tutto questo. A volte è solo la vita, cambia, ci cambia, eravamo qualcosa, siamo diventate qualcos’altro, lo so, succede, a me più spesso che a te. Non so quello che è successo, anche se eri con me l’altro giorno, non so perché né per come, non lo so. So che razionalmente sparire dalla vita di una persona per tre anni vuol dire qualcosa, volerlo fare, lasciare scorrere i giorni, non sentirne la mancanza, vivere senza e non facevo altro che pensare a questo e allora anche se eri seduta accanto a me mi sembravi lontanissima e lo eri, persa in una vita che non so, in una in cui io non ci sono.Non posso parlare con la veronica di tre anni fa. Non posso cambiare le cose. Avrei voluto, è solo questo. Avrei voluto capirlo prima e avrei voluto non dover mettere tutto in discussione, perché non l’avevo mai fatto anche se ti ho fatto pesare tutto magari, ma non era così, ora lo so. Ti ho cercato e ho trovato solo tanta tristezza.
Dopo tre anni ti rivedo, torno a casa e mi viene da piangere e lo faccio come non l’ho fatto mai per te.
Sei un passato che non riesco più a pensare e vorrei che non fosse così.
Oggi alzo il volume della musica per non sentire quello che ho dentro.
2:29Sai cosa?
Mi sento come uno di quei negozi in cui quando entri non c’è nessuno, decidi di entrare, dai un’occhiata, incuriosito, la commessa a volte ti fila a volte no, quando lo fa ti chiede se può esserti utile, o di chiamarla se ti serve qualcosa, ma a te non ti serve niente, magari ti chiamano, hai da fare, magari neanche ringrazi, se sei educato dici ” grazie ed arrivederci”. Solo che a me non dicono nemmeno grazie, e gli arrivederci stonano come dentro quei negozi lì, o quando lo si dice al telefono, quando magari non l’hai mai vista in vita tua la persona con cui hai parlato e infatti dovresti dire a risentirci, ma la gente non lo dice quasi mai.
Mi rende davvero molto triste tutta questa nostra storia.
Mi sembra come se fossi niente, se non interesso a te.
O forse è una cosa in generale e tu sei una cosa in più.
So che è maggio, ma mi sembra novembre e forse insieme al tempo anch’io mi sono fermata lì. Non sono pronta per l’estate e non parlo di costumi e di abbronzatura, non sono pronta all’arroganza del sole, dei sorrisi, i tuoi. Sto bene con il cielo cupo, i capelli sciolti, i maglioni immensi, non ho voglia di scoprirmi, di vedere il cielo sereno ed immaginarti chissà dove, chissà con chi.
Credo razionalmente di odiarti, di odiare tutto il tuo modo d’essere.
Credo che l’unico pensiero che mi tiene legata a te sia io stessa, la mia autostima e tutto quello che hai rappresentato.
Le persone non c’entrano mai niente, noi gli mettiamo dentro tutto e ce lo portiamo dietro per anni, quando loro non sono niente e noi l’abbiamo trasformati in tutto.
Mi piacerebbe essere il tipo di ragazza che ti piace, è questo, credo.
Credo davvero di non avere niente di speciale.
you’re so fucking special,
I wish I was special
— Italo Calvino, Prima che tu dica “Pronto” – Amore lontano da casa
È difficile anche camminare, se penso che tu possa essere lì a guardarmi.
6:43Chissà se succedeva anche a Bresson di essere fermato per strada dai turisti per fotografarli vicino ai monumenti.
10:20Quello che accomuna milioni di persone, in tutto al mondo, alle 8 del mattino, è fare la fila.
8:41— Pier Maria Galli
Chissà se io sono lo scheletro nell’armadio di qualcuno.
8:26Quante soddisfazioni può dare pensare di avere lezione in università il giorno dopo a mezzogiorno e poi scoprire alle due di notte nel decidere a che ora mettere la sveglia che la lezione è alle 15?
Questi gruppi di classe su facebook sono una vera svolta. Dio benedica
chi controlla sempre l’orario universitario e si ricorda di lezioni annullate o posticipate da mesi prima.
Quando parlo con qualcuno penso sempre che vorrei che mi chiedessero di te, perché parlare di te ti renderebbe reale e presente anche accanto a me.
1:16Alternare velocissimamente la A dalla H, quando devo scrivere il suono della risata per messaggio senza sbagliare mai.
8:21I miei pensieri hanno una voce diversa. Sono riuscita a scriverlo. È questo. La me dentro, è diversa. È come se ci facessimo compagnia, come se fosse nata e cresciuta negli anni. Quando leggo la mia voce è fluida, teatrale, accentata nei momenti giusti, lenta e ritmata quando serve, sarebbe bellissimo se fosse così anche quando leggo ad alta voce. Vorrei sapere se è così per tutti e se lo fosse vorrei che esistesse un modo per poter ascoltare le voci interne di tutti. È una voce, io la sento, anche adesso che sto scrivendo questo e lo leggo mentalmente, quasi m’impressiono a sentire nel silenzio una voce che nella realtà non esiste, che ha un suono solo dentro di me e legge, scrive, pensa. La voce della mente. Mi verrebbe da chiederle chi sei, ma per assurdo sono proprio io, la sento come la me più vera, è forse questa l’anima, il carattere, la “persona” piuttosto che quello che fa, che dice?
Mi dispiace che nessuno potrà mai conoscerla, sembra assurdo ma è così diversa dalla me che è, che appare.
Oppure può essere anche questa la differenza tra “essere” e “apparire”? Quando leggo “dentro” non ho incertezze, quando penso i miei pensieri si formulano in maniera fluida e così quando scrivo. Raramente parlo come penso. Ogni tanto mi capita e l’attimo dopo mi meraviglio e mi fa paura la totale assenza di consapevolezza che c’è nel dire un qualcosa senza poter aver la capacità totale di rendersi conto di quello che si sta per dire. È così no? Il tempo che passa dal formulare un pensiero e dirlo, di farlo uscire, di renderlo ascoltabile da chiunque non possiamo percepirlo no? È troppo veloce. Vorrei sapere la tua voce interna com’è. Vorrei sapere se queste cose che mi sembrano strane le penso solo io, se qualcun altro non si riconosce in quello che è per gli altri o forse succede a tutti ed è per questo che apprezziamo quando qualcuno ci fa sentire veramente noi stessi, ma io non lo so se mi è mai successo completamente o se mi ci sono solo avvicinata. Mi sento così velocemente mutevole, è quando ascolto i miei pensieri che mi ritrovo. ( Si può dire “ascoltare” per una cosa che non emette un suono ascoltabile da un orecchio?)
Molte delle cose che penso mi fanno paura e non le dico. Ultimamente parlo sempre di più di cose di poca importanza, con la maggior parte delle persone. Non sento nessuno particolarmente vicino. La maggior parte delle persone mi hanno deluso e mi ci sono allontanata interiormente, anche senza dire niente, è successo, mi sono adeguata, come la sabbia nelle formine, come una specie di pezzo di puzzle malleabile, mi sono adattata perché potessi andare vicino a un altro pezzo di puzzle che per natura con i miei spigoli non c’entrava niente, non li poteva contenere e io non potevo far spazio ai suoi, a volte il pezzo era solo la vita, le situazioni, cose così. Con altre persone non parlo più. Mia madre sembra non aspettasse altro. Le ho detto che non mi andava di parlarle, avrei - non so se voluto o dovuto - dirle qualcos’altro, ma anche questa credo sia una faccenda di tempo, come l’aver impiegato tre mesi per rispondere al messaggio di Veronica e credo che anche lei abbia faccende del genere e ho paura che passeranno anche più di tre mesi per la sua di risposta, ma questa è un’altra storia. I miei pensieri mi stancano e faccio sogno strani, non li ricordo perlopiù, ma mi lasciano addosso una strana sensazione. Dicevo di mia madre, lo dico qua, perché a qualcuno devo pur dirlo e perché scrivendolo lo dico soprattutto a me stessa, ecco la scrittura è quello che conduce la mia voce interiore alla me esterna. È strano come con Veronica; in un qualche modo, sia tornata la me di quindici anni e mia madre di qualche anno fa, ma forse non era andata mai via, le avevo messo solo una nuvola davanti e vedevo qualcos’altro o più semplicemente avevo messo gli occhiali da sole o guardavo solo altrove. Quando le ho detto per messaggio che non mi andava di parlarle dopo l’ennesimo tentativo da parte sua di chiamarmi lei non ha risposto. Mi ha risposto il giorno dopo credo citandomi Nemo, il pesce pagliaccio con la pinna atrofica quando dopo un litigio dice al padre ” io ti odio”, nel cartone della Disney. Mia madre ha aggiunto che dopo se ne è pentito. Ero alla fermata dell’autobus quando l’ho letto, si mi rendo conto che la maggior parte delle cose che mi succedono avvengono a una fermata o direttamente su di un mezzo pubblico, ma perlopiù è quando sto da sola con la mia voce e i miei pensieri, che a questo punto dovrò anche darle un nome o forse dovrei cambiarlo a me stessa.
Comunque. È stato lo stesso giorno che ho risposto a Veronica. Uno di quei giorni uguali a tutti gli altri venuti prima in cui pensi al come fare una cosa e ci pensi ci pensi e poi un giorno, qualsiasi, dopo che ne sono passati tantissimi apparentemente uguali non solo ci pensi, ma fai. Ecco io l’ho fatto, ho risposto a Veronica. Le ho scritto che ero sull’autobus e stavo ascoltando una canzone di Bon Iver, a lei ho scritto solo Bon Iver, ma ora ho pensato che sarei stata più precisa nell’aggiungere ” una canzone”, perché c’era la scelta casuale, quella canzone l’avevo scelta io ma poi è cambiato. Comunque le ho scritto questo e che nel mentre ho pensato che mi sarebbe piaciuto scriverle con un cielo come quello di ieri. Inespressivo come un blocco di ghisa sorda, come diceva qualcuno, a pensarci adesso, anche se li era febbraio e invece qui siamo già a maggio. È assurdo come la mia vita e le mie azioni vadano per sensazioni, basta una melodia, qualcosa per strada, un pensiero, un odore, un cielo, una luce e non ci penso più e lo faccio, così d’impulso. E mi dilungo troppo, si, decisamente. Ritorniamo a san giovanni e alla fermata dell’autobus e a me che devo andare in università, che se continuo a farmi possedere dalla mia voce interiore non finisco più e non che abbia altro di meglio da fare; stavo leggendo prima che questa faccenda della voce non mi facesse uscire matta e mi facesse posare il libro accanto e prendere il telefono per scrivere tutto questo, infatti mi sta facendo male la mano e non mi ricordo più da dove ero partita. Dicevamo, ( ho pensato di cancellarlo e di scrivere “dicevo”, ma per coerenza a tutto questo discorso effettivamente siamo in due e allora dico e lascio scritto “dicevamo” anche perché parlo anche con voi, ipotetiche persone che mi leggono, anche se dubito che qualcuno possa esser arrivato fino a qui. PUNTO) ( devo smetterla di scrivere di qualsiasi pensiero che mi passa nella mente se no scrivo di venti concetti diversi e mi perdo) . Allora. Ho letto di Nemo e mi è venuto da ridere. Purtroppo quando leggo qualcosa che mi fa ridere rido davvero e stavo per strada, con delle persone sconosciute accanto, ero li e ridevo, mi sembrava una cosa buffa, ridevo e tornavo seria, perché non posso dire neanche che sono ” arrabbiatissima” per poter esprimere quello che provo verso mia madre e non volevo che mi facesse ridere qualcosa scritto da lei, Nemo mi fa ridere, no l’inizio mi fa piangere, ma in generale mi fa ridere, ma è un cartone e la realtà, la mia, è diversa e mia madre non è come il padre di Nemo e comunque lui lo ha fatto ricredere il figlio per farsi perdonare, ha fatto qualcosa, è su questo che si sviluppa la storia,
comunque sono contenta di non essere un pesce pagliaccio di un cartone animato. ( Flashback. Io seduta sulla poltrona del salotto borghese della villa di Veronica, che mi dice che sembro un personaggio dei fumetti. ) Tu non hai fatto niente. E avrei voluto risponderti così invece di continuare a non dirti niente. Mi scrivi se torno per cena, il giorno dopo se per me ci sono problemi se stasera non torni a casa e niente più, come se tutte le volte che non sei tornata a casa mi avessi chiesto se per me andava bene oppure no. Ti rispondo che si, torno per cena e ti rispondo no, che per me non ci sono problemi se non torni anche se non ho un soldo. Forse è per questo, è per il tuo non esserci stata che la mia voce adesso dentro è così presente da sembrarmi un’altra persona, nata nel silenzio negli anni di questa casa, di questo salotto, delle mie notti insonni; se sei felice non ce l’hai così tanti pensieri, la felicità non si scrive, si vive, dicono. Vorrei dirti di farti un esame di coscienza, ma tu non te li fai, mai fatti. E mi rendo conto che in tutti questi anni non è cambiato niente, adesso, che rivedo tutto com’era, com’ero io, com’era non voler parlare con te, com’era volerti diversa, com’era il salone senza di te, com’era Veronica e le mie ossa di fuori anche se adesso non c’è più neanche lei. Nel nostro silenzio ti sento sollevata dal non dovermi chiamare, dal non dovermi parlare, che ieri in camera mia mi è sembrato non esser una sera diverse dalle altre, da quando ti parlavo, da qualche giorno prima, prima dell’ennesima cosa. La porta chiusa, come sempre. È sempre una faccenda di tempo, di adattamento, di abitudine è sempre stato così e sarà così per sempre. Quando avevo quindici anni e sei rientrata a casa una mattina, probabilmente io mi ero da poco addormentata, a casa non c’era nessuno, mi hai svegliato dicendomi che andavi via per qualche giorno, a casa al mare credo, credo che nel frigo non ci fosse niente, forse mi hai lasciato qualche soldo, hai sempre pensato che quelli potessero colmare le mancanze, quando c’erano loro. Ora che ci penso sarei potuta venire con te se andavi alla casa al mare, ma non me l’hai chiesto. Ho sbattuto la porta l’altro giorno e mi si sono sbattuti addosso tutti i ricordi di giorni passati in cui non c’erano differenze a parte i miei capelli e gli anni sulla carta d’identità. Non è cambiato niente, non sei cambiata tu, è questo. Non so forse mi sembrava, forse eri meno, forse non ci pensavo, forse la vita è andata avanti e pensavo a qualcos’altro, forse è che ho avuto delle distrazioni, forse è che non permettevo più a me stessa di pensarci, di starci male, forse la mia voce non ti permetteva più di fare male a me stessa, forse è che non me ne importava più, per un momento, forse altre cose facevano solo più male e mi preoccupavano di più, forse pensavo a qualcos’altro a qualcun altro a tanti qualcun altro, rimango incastrata nelle persone come con i cespugli, i rovi, i rami. Ma il silenzio non cambia come non si può cambiare il passato e quello che ho visto, quello che hai fatto e soprattutto quello che non hai fatto non rendendotene mai conto veramente. Quando veniva papà per dirti di esser più presente. Quando nonna chiamava me. Quando tutti i miei coetanei mi invidiano perché avevo sempre casa libera e quando invece io ci stavo male e nessuno capiva. Quando ti hanno detto che sono svenuta e non sei tornata a casa. Quando ho vinto il primo concorso fotografico e non sei venuta. Quando c’erano giorni in cui andavo avanti solo a caffellatte. Quando da mamma ha iniziato a farmela quella del mio ragazzo anche quando non è stato più il mio. Quando fumavo troppe sigarette. Ho smesso di fumare, sono ingrassata, ho i capelli lunghi come quando ero bambina, guardo intorno a me per il salone, la solita luce accesa, il solito divano, sopra solo l’ennesima coperta di lana che stai facendo con i ferri che fa disordine. Non sono svenuta, ma non sei tornata neanche stavolta. Non ci sei neanche oggi, come negli anni. La cosa che più mi rattrista è che penserai che ce l’ho con te perché sono nervosa a prescindere da quello che puoi fare tu,magari per l’università, magari per il ciclo che non mi viene da mesi, che tanto ti rispondo male spesso, quando in realtà ho solo sopportato e ora non ce la faccio più. Hai superato il limite, il mio. Lascio la porta chiusa ti metto in pausa. Parlare in continuazione non significa comunicare, lo dicono anche nei film, dove tutto anche nel dramma è perfetto, mentre qui no. Quando parlo la mia voce trema non è così sicura, i miei pensieri balbettano. Non hai capito neanche stavolta, non vuoi capire, il metterti in discussione non fa parte della tua persona, dna anche se scientificamente è simile al mio. Io non c’entro niente con la mia famiglia, con nessuno. Ogni componente della mia famiglia, perlopiù ha un aspetto che odio; per dna (il mio), del genere umano, anche se loro non lo ammetteranno mai. Quando mi allontano così tanto dal mondo ho paura di qualcosa, ma vedi; e qui concludo, le cose brutte non succedono solo a te, la tua tristezza e le tue giornate no e la tua di famiglia di merda non ti posizionano automaticamente alla posizione numero uno delle vite di merda, ci sono anche gli altri, ci sono anche io, quindi non aspettarti e non pretendere un cazzo di come stai, perché non sei nessunissima cazzo di persona al primo posto tra le vite di merda, la maggior parte delle persone ha una vita di merda per la maggior parte dei giorni e non è cinismo e non è pessimissimo quindi vaffanculo sto male anch’io, non sono diversa e peggiore di te, non puoi stare sul tuo immaginario podio della tristezza, non c’è il bonus nell’ammontare delle giornate no, perché io non lo dico, non lo faccio vedere, se mi guardi ti sorrido perché a questo punto grazie a dio la mia voce interiore e la me esterna, il mio “è” , è molto di diverso dall’apparire ma anch’io sto male, grazie per l’attenzione gente.
Quando devi andarti a prendere un semplice gelato con un tuo amico e lui ti dice ” ho un’idea, prendiamoci la vaschetta e andiamo al parco” capisci che non perderai manco un chilo per essere pronta per la prova costume.
3:43Il cuore, qui.
Come si fa a cambiare senza perdersi?
— Simona Vinci (via esistonostorie)